Home » Viaggi in moto » L’elastico della memoria

Moto Guzzi

Mi sono sempre chiesto se aver condotto una vita da emigrante fosse un valore aggiunto o un handicap. La risposta è individuale. Per alcuni è stato un handicap tale da tagliare completamente i ponti, per altri un tale vantaggio da ostentare le origini come un trofeo.

In entrambi i casi quasi nessuno torna o decide di occuparsi della propria terra di origine. Qualcuno lo fa e qualcuno, non molti, apprezza.

Ogni scarrafone è bello a mamma sua

Quante volte ho sentito dire: “Sono orgoglioso di essere milanese” oppure “Sono orgoglioso di essere meridionale”. Ad entrambi ho sempre risposto con un sorriso silenzioso e, nelle intenzioni, ironico. Avrei voluto chiedere: “Bene! Ma fammi capire, hai vinto un concorso per essere nato a Milano oppure a Napoli?”

Insomma, per me, si è orgogliosi per risultati conseguiti in base al proprio impegno e alle proprie capacità, ma non per un fatto di cui non si hanno meriti o colpe.
Detto questo considero una fortuna essere nato al Sud e aver condotto i miei studi a Roma e sviluppato la mia carriera a Milano. Credo sia questo ad avermi donato la curiosità che mi ha spinto a cambiare nove datori di lavoro e tanti mestieri e a coltivare tante passioni; dai viaggi in moto alla vela e lo sci, e anche la cucina. E non solo, ma di farmi continue domande sulla nostra economia e sulla nostra storia. Forse le tante diverse situazioni vissute mi hanno insegnato la differenza tra giudizio e pregiudizio, o forse no. Forse è questo che mi ha spinto a scrivere i miei libri  … o forse no.

Riguardo alle origini per me sono come un elastico. Dal mio paesello posso allontanarmi a più non posso, ma poi l’ elastico tira e sono costretto a tornare per una intima necessità rigenerante.

Sarà perché il mio paese, San Chirico Raparo, è bello ma, come dicono a Napoli, ogni scarrafone è bello a mamma sua.

In moto

Quest’anno poi ci sono già andato per ben tre volte in moto. Da Roma sono 429 km ad andare e più o meno gli stessi a tornare, casa casa. Chissà perché tra andata e ritorno l’odometro mostra sempre una piccola differenza in più o in meno e mai con lo stesso segno.

Di moto ne ho avute tante. Guzzi, Suzuki, Honda, Royal Enfield e ora BMW e Ducati. La prima però non si scorda mai. Neanche 14 anni e un Dingo Moto  Guzzi, wow!

La prossima volta voglio rifare il percorso da San Chirico a Eboli andando a prendere a Montesano la vecchia Statale 19 delle Calabrie.
L’ho rifatto qualche anno fa con Carlo, compagno di frequenti viaggi su due ruote.

Il flusso di memoria

Se a Proust bastavano i pochi grammi di una madeleine per attivare il flusso di memoria, a me, anche per rispettare le proporzioni, ci vogliono i 236 chilogrammi, a secco, della mia moto.

Quando ero bambino la statale 19 era la strada che si percorreva per un lungo tratto nel viaggio dal paesello a Napoli, dove risiedevano i miei nonni materni.

Si partiva con la seicento di mio zio, alla fine della salita dello Scorzo scendevamo tutti a spingere, poi giusto il tempo di un caffè da Adele, ora da Nonna Adele. A volte si andava con la Giulietta del veterinario che reggeva la locale condotta ed era di Napoli. Alla discesa di Campostrino, tra Polla e Eboli, spegneva il motore e metteva in folle per risparmiare benzina fidando nei freni a tamburo, che quando si surriscaldavano dimenticavano la ragione della propria esistenza, e nella Provvidenza. Più nella Provvidenza, però.

La macchina era piena di chiacchiere degli adulti e delle raccomandazioni dimenticate dai bambini con giochi, litigi e strepiti, ma alla discesa di Campostrino calava il silenzio. Alla fine del secondo conflitto mondiale ci morirono molti militari tedeschi e americani. I freni dei militari nicchiavano e rendevano la discesa fatale.

In macchina alla guida c’era il veterinario, con accanto mio papà con me in braccio. Il cambio era al volante e all’epoca si usava, per aumentare le sedute, il divanetto anche davanti. Ci stava quindi anche Silvana, la figlia più piccola del veterinario e mia coetanea, tra i due papà, il mio e il suo. Dietro la moglie del veterinario e mia mamma con in braccio mia sorella. Le altre due figlie del dottore una i braccio alla moglie e l’ altra tra le due donne. Dimenticavo di dire che spesso le due signore erano sedute sopra una valigia.

Con la seicento dello zio il quadro non cambiava molto, ma eravamo in sei invece di nove. Lo zio, la zia, papà e mamma, io e mia sorella. Quattro adulti e due bambini, mancavano le tre figlie del veterinario, ma l’auto era più piccola.

Sul tetto delle macchine veniva montato sempre un portapacchi, l’imperiale si chiamava, dove venivano legate valige e altro. Ogni volta un esodo, sia all’andata sia al ritorno, e uno scambio tra quello che costava meno a Napoli e quello che era più genuino a San Chirico, da dove si partiva all’alba.

Il viaggio

San Martino bivio, Spinoso, Sarconi, Moliterno, Montesano con tappa obbligata alla fontana di Mamma Gagliardi. Si stendevano le tovaglie. Si tiravano fuori frittate, rustici, magari un pezzo di pollo arrostito sulla brace, abbondante vino e, d’estate, dopo aver messo una anguria a raffreddare nell’acqua, se ne mangiava una fetta  e poi un po’ di riposo e nuova partenza.

Curve e ancora curve. Ora in moto sono una delizia ma all’epoca era un supplizio interminabile stipato e costretto praticamente all’immobilità per ore. Ma c’era Silvana e sognavo di essere il suo eroe e di scappare con lei su una Guzzi rossa.
Sala Consilina, Atena, Sicignano, e, superati gli Alburni, Polla in un su e giù che comprendeva Campostrino e lo Scorzo. Poi finalmente si entrava in autostrada ad Eboli.
A quel tempo appena si nominava un modello di auto la domanda era: li fa i 100? Insomma si verificavano i quarti di nobiltà dell’auto in base alla velocità. Forse per questo appena entrati in autostrada e si superava qualcuno noi bimbi ci affacciavamo dai finestrini urlando: ” Scasciòooo!!!”, per i nordici significa: scassone!

A Salerno si pagava il pedaggio

Una volta il veterinario fu fermato al casello da una pattuglia della Polstrada.

L’appuntato girò tre volte intorno all’auto guardando perplesso i quattro adulti e i cinque bambini, poi le valige e l’imperiale stracarico. Guardò lo stemma con la croce della sanità veterinaria sul parabrezza, l’auto che toccava quasi terra per il peso trasportato e le gomme.

Grattandosi il mento disse:
“Dottò, ma vuie tenite pure ‘e rote lisce!”

Il veterinario partecipe: “Eh! E io pe’ quello stavo ienno a Napule: pe’ cangià e gomme!”

Ci fece passare. Quando una cosa è logica … .

Nonna Adele

In viaggio con Carlo

Condividi ora sui social!

Scopri di più sul mio ultimo libro: La congiura delle passioni!

Lascia un commento

Condividi ora sui social!