Soli

Denatalità

Come sarà il nostro mondo e la nostra vita tra 45 anni? Con ottime probabilità io non ci sarò ma stando all’ISTAT saremo più morti che vivi. Nel senso che saremo circa 6 milioni in meno, dai 60 milioni di italiani di oggi ai 54 o poco più.

Saremo più vecchi

Ma le buone notizie non finiscono qui. Saremo anche più vecchi. Gli ultra sessantacinquenni saranno il 33% e oltre della popolazione. Ossia quasi 18 milioni. Oggi sono il 22%, 13 milioni.

Questi trend sono noti da almeno 20 anni: i giovani non trovano lavoro, non fanno figli, rimangono a casa più a lungo e l’attesa di vita media, grazie ai progressi della medicina, è più lunga.

Di tutto ciò i nostri governanti, italiani ed europei, hanno visto solo l’allungamento della vita media e la risposta che hanno saputo dare è solo la riforma delle pensioni. Si vive di più quindi si lavora più a lungo. L’idea è che così i conti pubblici migliorino, con la conseguente prospettiva di una riduzione delle imposte, e che  la gente dica: che bello, pagheremo meno tasse e quindi consumiamo di più.

Fesserie liberiste!

 Come giustamente sostiene Esther Duflo, nobel per l’economia 2019, si tratta di fesserie liberiste. Lei lo spiega meglio, ci ha scritto un poco di libri ma la sostanza è questa. La realtà è che la perdita di prospettive e l’innalzamento repentino dell’età pensionabile ha messo paura e la gente, pensando soprattutto ai propri figli, si è messa a risparmiare e il PIL è crollato e i conti pubblici pure.

L’allungamento, o l’accorciamento, dell’età pensionabile non aumenta la necessità di ore lavorate per unità di prodotto e quindi in una economia ferma l’unico effetto che si ha è la redistribuzione del lavoro in modo diverso tra le varie classi di età. Gli ultra sessantenni che rimangono al lavoro tolgono opportunità di lavoro ai giovani. In aggiunta questi non fanno figli, mutui e un progetto di vita e quindi non muovono l’economia.

Giovani che, poiché non hanno lavorato, quando saranno anziani in base alla legge Fornero non avranno un soldino di pensione e non avranno figli a mantenerli e chi li mantiene ora, genitori e nonni, non ci sarà più da un pezzo. In vecchiaia saranno soli.

Chi pagherà le pensioni del futuro?

Oggi il rapporto tra le persone in età da lavoro (tra i 15 e i 65 anni di età) e gli ultra sessantacinquenni è pari a 2,8. Nel 2065 sarà pari a 1,7. Non ci sarebbe bisogno di altri commenti.

Concetti che sfuggono a Mentana e a tutta la grancassa che pensa che per assicurare un futuro ai giovani occorra togliere diritti a chi li ha, invece di estenderli a chi non li ha. Scempiaggini! L’aumento dell’età pensionabile è un macigno sulle nuove generazioni ma non solo quello.

La società che descrive l’Istat è una società che non è in grado di prosperare e che non sarà in grado di finanziare le pensioni dei sessantacinquenni del futuro, non perché ci sono stati i sessantacinquenni di oggi ma perché non ci sarà una forza lavoro di età adeguata a sostenere la solidarietà nei loro confronti.

Il sistema di calcolo delle pensioni nulla c’entra con il sistema di finanziamento che era, è e sarà a ripartizione. Significa che la possibilità di pagare una pensione in futuro dipenderà dal rapporto tra lavoratori e pensionati.

Le conseguenza del declino

La china pericolosa del declino demografico descrive un Paese senza prospettive. Non è solo il tema delle pensioni ma anche i patrimoni cumulati che vanno in crisi.

In un Paese dove la prima casa, e spesso la seconda, sono il vero patrimonio privato degli italiani questo patrimonio con il declino demografico in atto varrà sempre meno e non sarà in grado di dare sostegno ai loro proprietari.

Vengo da una terra, la Lucania, che si va spopolando da decenni. Provate a chiedere che fine hanno fatto le ricchezze immobiliari, case e terreni, che ci hanno lasciato i nostri padri? In una terra che si spopola diventano un peso e non una eredità.

Politiche della famiglia

Da almeno venti anni occorrerebbero invece politiche per la famiglia e per l’occupazione e quindi per lo sviluppo, ma queste hanno bisogno di tempi lunghi per produrre effetti e per produrre effetti sul 2065 siamo già quasi fuori dal tempo massimo.

Mai si inizia mai si finisce, si dice. Bene iniziamo ma non basta.

Politiche dell’immigrazione? Che bestemmia!

In questo contesto gli immigrati ci servirebbero eccome, ma regolari.

L’immigrazione irregolare è invece una iattura, che provoca problemi umanitari e genera un circolo vizioso tra le organizzazioni umanitarie e i trafficanti di esseri umani. Una orrida catena che riempie il Mediterraneo di cadaveri.

Non è certo con le episodiche ed estemporanee uscite alla Carola Rackete che si risolve il problema. A proposito che fine ha fatto? Iniziative che danno solo fiato alla demagogia di chi per risolvere il problema dice che bisogna usare le cannonate. Cosa è cambiato da allora? Nulla. Che fine hanno fatto quelli che si stracciavano le vesti e indossavano la maglietta rossa?

I problemi di fondo sono rimasti inalterati ma sono scomparsi dai telegiornali.

Tutto questo nasconde la vera questione.

Gli immigrati ci servono.

L’Italia è al centro del Mediterraneo. Una politica di immigrazione regolare dai paesi africani ne agevolerebbe lo sviluppo e genererebbe relazioni virtuose con il nostro Paese. Un mondo di scambi che consentirebbe anche una maggiore programmazione degli ingressi e della qualità di questi. Una sana immigrazione regolare abolirebbe automaticamente quella clandestina e potrebbe salvarci dal declino. Un circolo virtuoso di rimesse degli emigranti verso i paesi di origine che genera sviluppo e possibilità di export per noi.

Corridoi umanitari nelle aree di guerra migliorerebbero la qualità delle relazioni e la reputazione del nostro Paese.

Ma forse sono troppi quelli che preferiscono lo scandalo attuale in modo da avere un esercito di manodopera a basso costo o di alimento alla malavita e soprattutto terreno per dibattiti politici di bassa lega.

Manodopera a basso costo che serve per comprimere il costo del lavoro e aumentare i profitti dei soliti noti.

Pensare che quando il Mediterraneo prosperava le sue sponde erano talmente unite da avere imperatori romani nati in Libia, come Settimio Severo.

Quale è la qualità delle nostre relazioni con la Libia o la Tunisia? Una umiliante discussione su uno squallido do ut des di motovedette e quattrini in cambio di contenimento dell’immigrazione in lager disumani.

Nel frattempo la Cina e laTurchia …

Mentre l’Europa ragiona come se i suoi confini fossero le Alpi e l’Italia aspira a diventare tedesca, o almeno olandese, la Cina punta sullo sviluppo dell’Africa e la Turchia prende posizioni.

Silvia Romano venne liberata e tutti parlarono della sua conversione all’islamismo. Mezza riflessione sul ruolo della Turchia nell’affare? Macché.

Ci piaccia o meno il nostro sviluppo dipende da quello dei paesi che affacciano su quello che era il Mare Nostrum. Siamo stati in grado solo una volta di avere un atteggiamento positivo verso l’immigrazione: l’Albania.

Gli scambi commerciali con l’Albania sono ovviamente poca cosa in cifra assoluta, nel 2019 abbiamo esportato per 1,356 milioni e abbiamo importato per 1.109, ma sono positivi.

Moltiplichiamoli per tutti i paesi del bacino del Mediterraneo.

Preferiamo però importare dalla Germania 70 miliardi di euro per esportarne 58, il tutto alla faccia dei trattati. Un vero affare … per i tedeschi.

se va avanti così per fare il bagnetto a Taormina dobbiamo chiedere il permesso a Erdogan.

La tragedia dell’immigrazione più che una crisi umanitaria è una crisi di intelligenza.

Assenza di strategia

Non avere una strategia sull’immigrazione significa non avere nessuna strategia sul futuro.

La Germania venti anni fa ha preteso l’allargamento dell’Europa verso Est. Questo le ha dato centralità economica e politica e quindi sviluppo.

Senza una strategia di allargamento dell’Europa verso il Mediterraneo l’Italia continuerà a essere periferia d’Europa e l’area dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo sempre più terra di disperazione.

Per farlo occorrono infrastrutture e politica e visione. Ma manca un vero ceto intellettuale capace di vedere a trenta anni e incalzare il ceto politico. La conseguenza è che non siamo in grado di guardare l’orizzonte  e invece ci guardiamo sempre la punta dei piedi e polemizziamo solo sul colore della scarpe.

Arco di Settimio Severo

Arco di Settimio Severo

Istat: distribuzione per classe di età

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