Home » Storia » Il plebiscito del 21 ottobre 1860 a Monte Saraceno. Dal romanzo La congiura delle passioni

Dal Gattopardo – E voi don Ciccio come avete votato il giorno 21?

In occasione dell’anniversario del plebiscito di annessione del Regno delle due Sicilie pubblico un estratto del mio romanzo La congiura delle passioni.

Il plebiscito a Monte saraceno

Era una domenica diversa dalle tante altre: 21 ottobre, in piazza a Monte Saraceno era tutto pronto per il plebiscito.

Fin dalle nove della mattina, sotto la casa comunale che si trovava di fronte al palazzo del Barone, era stato posto un tavolo con tre scatole sopra. In quella centrale, che fungeva da urna, si dovevano raccogliere per la conta finale le schede votate. Su ciascuna di queste era stampato “Il Popolo vuole l’Italia una et indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e suoi legittimi discendenti a norma del decreto dittatoriale dell’8 ottobre 1860?” Nella scatola di sinistra, con sopra scritto SI a grandi caratteri, erano raccolte le schede su cui oltre alla domanda c’era stampata la risposta SI. In quella di destra si trovavano invece le schede su cui però la risposta prestampata era NO. Il meccanismo di voto era semplice. Non c’era nessuna formalità. Ci si metteva in fila davanti al tavolo, si ritirava la scheda desiderata e la si metteva nella scatola al centro. Tutte le scatole erano completamente aperte verso l’alto. Dietro al tavolo il sindaco, i due eletti e l’intero decurionato a controllare la regolarità del plebiscito. Nulla di più semplice.

Già, semplice, però bisognava per prima cosa decidere se andare a votare e poi occorreva decidere cosa votare e prima di decidere entrambe le cose era necessario capire cosa fosse più conveniente fare e per capirlo occorreva sapere cosa avrebbe fatto il Barone. In una tornata elettorale così priva di riservatezza chi poteva assumersi il rischio di sbagliare?

Erano quasi le 10 e ancora non si era presentato nessuno a votare e del Barone non v’era traccia e i galantuomini, per lo più liberali di chiaro orientamento unitario, cominciarono a fare capannello sul lato della piazza alla destra del municipio, vicino alla farmacia di don Ciccio. La zona era riservata per antica consuetudine a loro che dibattevano sottovoce sul da farsi, mentre quelli incerti o affezionati a quello che consideravano il legittimo sovrano Francesco II o erano a casa o spiavano cosa accadeva da punti strategici, come il negozio di Armando, il barbiere.

L’attesa aumentava il nervosismo del sindaco e dei liberali che si stavano quasi decidendo ad avviarsi al seggio in gruppo, confortandosi l’un l’altro, quando sul lato opposto a loro si riunì in piazza una folla di contadini e braccianti, dalle intenzioni non chiare. Davanti a loro c’era Maria ‘A Masciara, e tutti avevano le mani occupate con qualche cosa: un sasso, un forcone o una zappa o un semplice bastone. Le tasche e le bisacce erano pesanti e dalla loro forma si intuiva che erano piene o di uova o di sassi di pari forma e dimensione.

Come per incanto dinanzi al palazzo del Barone si materializzò la Guardia Nazionale e il Barone si affacciò al balcone del palazzo, tranquillo e senza dare mostra di voler far altro che godersi la scena, come faceva le sere d’estate per beneficiare della vista della piazza e ricevere l’omaggio deferente di chi passava lì sotto. Si fece persino portare la sua solita sedia.

A casa del notaro tutto procedeva come le solite domeniche. Donna Giuditta si era preparata per la messa delle 11 e passava in rassegna le figlie, per controllare che fossero abbigliate in ordine, e in modo conforme al pudore, specialmente Margherita, la maggiore. Soddisfatta che nessuna caviglia spuntasse da sotto le ampie gonne stava dando gli ultimi tocchi al suo abbigliamento. Pietrino era irrequieto perché il padre ancora non si decideva a scendere in piazza e lui non poteva incontrarsi con i suoi amici.

“Don Nicola non uscite? Come mai non scendete in piazza con Pietrino?”, disse donna Giuditta venendo in soccorso al figlio.

“Pietrino può scendere da solo, è ormai grande e sono fiducioso che alle 11 puntuale sarà tra i banchi dei chierichetti, che a maggio prossimo farà la comunione. Io ho da scrivere una lettera e poi scendo in piazza a votare e poi vi raggiungo alla messa.”

Don Nicola la sera prima al circolo dei nobili era stato vago. L’idea era di andare a votare poco prima della messa, in modo da aver avuto prima modo di sapere come andavano le cose. In aggiunta avrebbe fatto la strada interna per andare in piazza, arrivandoci così passando sotto il palazzo del Barona in modo tale che, alla bisogna, sarebbe potuto entrare dal cugino per consiglio o per mettersi al sicuro.

Donna Giuditta diede qualche ulteriore istruzione alla figlia più piccola su come camminare senza imbrattarsi la gonna con il lordume presente sulle vie e Pietrino corse in piazza a raggiungere i suoi amici. Non andò però in chiesa, fu catturato dagli eventi che vi si svolgevano e dalla vista di Mirna che, al contrario delle usuali domeniche, non aveva il suo pappagallino con i biglietti portafortuna.

L’aria era tesa, anzi plumbea. Mirna non aveva il consueto aspetto gioioso ma sembrava triste e lui cercava di capire come fare per correre a consolarla. Anche i suoi amici di fare i consueti giochi non pareva avessero voglia, per cui rimanevano tutti seduti e in silenzio ad osservare gli eventi su una scalinata che arrivava diretta dalla Chiesa Madre alla Piazza.

Così, mentre le donne si recavano alla messa il notaro spuntò bel bello sotto il palazzo del Barone trovando una scena surreale: il Barone seduto sul balcone, il sindaco, insieme ai decurioni e gli eletti, di fronte e su un lato, alla sua destra, i galantuomini, vicino alla farmacia e di fronte a loro, e alla sua sinistra, una folla che non prometteva nulla di buono.

“Buongiorno caro cugino”, lo chiamò il Barone dal balcone rivolgendogli, cosa eccezionale, per primo il saluto.

“Buongiorno andavo a …”, ma le parole gli morirono in bocca e si limitò a guardare in direzione del seggio.

“E fate bene mio caro. Buon voto!”, concluse per lui il Barone.

Incerto il notaro si diresse verso il seggio e Maria ‘A Masciara lo apostrofò subito:

“E per chi votate notaro Durante? Per chi non vuole darci le terre?”

I contadini iniziarono ad urlare e iniziò a volare qualche sasso. Il sindaco e i due eletti, aiutati dai decurioni presero in fretta e furia il tavolo insieme alle urne elettorali e con la massima velocità possibile si spostarono sul lato opposto della piazza, sotto il palazzo del Barone, dinanzi alla Guardia Nazionale schierata. La folla iniziò a dileggiare, chiamando “cacasotto, buoni a nulla, ladri e vigliacchi” gli amministratori del comune e iniziò ad avanzare verso il seggio. Una delle guardie del Barone, ad un suo cenno, posò per terra il fucile e con le mani alzate e ben in vista si diresse verso Maria ‘A Masciara e, dopo averla raggiunta, le sussurrò qualcosa nell’orecchio. Questa, seguendo la guardia entrò nel palazzo, quasi contemporaneamente al Barone che rientrava anche lui dal balcone. La folla si fermò a metà piazza e si mise in attesa.

Tutto divenne nuovamente immobile e silenzioso con il notaro in mezzo alla piazza che si era fermato e guardava il palazzo senza sapere cosa fare. Dopo una decina di minuti Maria ‘A Masciara uscì di nuovo dal palazzo, e il Barone riprese la sua posizione sul balcone. Arrivata vicino alla folla dei contadini in attesa ’A Masciara si girò verso il palazzo e urlò, in modo che tutti potessero sentirla:

“Voi non votate Barone?”

Il Barone si alzò dalla sedia, fece un inchino alla Masciara e disse ad alta voce sorridendo:

“È roba da borghesi, non certo adatta a nobili e contadini”, scatenando una risata generale da parte della folla che, dopo aver confabulato con Maria ‘A Masciara e dopo una discussione animata al suo interno, si disperse non senza qualche mugugno.

Il notaro si mosse con l’intenzione di tornare a casa ripassando da dove era arrivato, ma a causa dello spostamento del seggio si trovò a passarci vicino e il sindaco approfittando della circostanza disse al notaro: “Bene, don Nicola. Un plauso al primo cittadino di Monte Saraceno che esercita il suo diritto dovere.”

Il notaro smarrito guardò verso il Barone che fece un lieve cenno di assenso. Allora il notaro si avvicinò all’urna del NO per prendere una scheda. Un decurione gli bloccò la mano. “A don Nicola piace sempre scherzare”, rise tirato il sindaco, “e non siate distratto!” Poi data una occhiata al Barone che rimase imperturbabile infilò la mano nell’urna con su scritto SI, prese una scheda e la porse al notaro ritirando quella che aveva in mano.

“Questa è quella giusta, caro don Nicola.”

Il notaro la prese, la rigirò incerto tra le mani, alzò nuovamente lo sguardo verso il Barone e, avendo questi fatto nuovamente un lieve cenno di assenso, la pose nell’urna. Il Barone sorrise e il notaro senza dire nulla si diresse cupo e a capo chino verso casa.

Nel frattempo la messa era finita e, contrariamente alle abitudini, anche l’arciprete, seguito dagli altri ecclesiastici scese dalla Chiesa Madre in piazza.

Fino al quel momento avevano votato solo quattro o cinque liberali, oltre al notaro, il sindaco, gli eletti e i decurioni, che erano gli stessi che amministravano con i Borbone fino a qualche mese prima.

All’improvviso la piazza si animò.

Arrivò al galoppo don Nicola Maria Magaldi, con la camicia rossa da garibaldino e seguito da altri due uomini a cavallo, che non si faceva vedere in paese dal mese di agosto, e, appena arrivato, scese affannato da sella. Andò veloce al seggio e diede un’occhiata al contenuto delle urne, guardò con disprezzo il sindaco poi si girò verso il gruppo dei galantuomini liberali degnandoli appena di uno sguardo disgustato.

Poi affondò entrambe le mani nella scatola con la scritta SI e tirò su una ampia manciata di schede che poi gettò con rabbia nell’urna.

Pietrino aveva osservato tutta la scena. Aveva gli occhi bassi e ostentatamente non guardava nella direzione in cui il padre era appena uscito dalla scena. Volse lo sguardo per cercare Mirna e fu contento di non vederla più in piazza. Quando vide lo zio compiere l’atto spavaldo di gettare con stizza le schede nell’urna alzò fiero la testa. Andò di corsa a mettersi al suo fianco per salutarlo. Fece in tempo a raggiungerlo mentre era ancora vicino al seggio.

“Bentornato zio!”, lo salutò e prese una scheda dalla scatola del SI e la depose orgoglioso nell’urna. Il sindaco e i suoi applaudirono. “Bravo piccolo uomo”, gli disse sorridendo lo zio facendogli una carezza sulla testa.

I due  che erano arrivati con Nicola Maria scesero da cavallo. Presero qualche manciata di schede con il SÌ e le deposero nell’urna. Poi, mentre si allontanavano, uno di loro tornò indietro, prese tre o quattro schede dalla scatola con il NO e le mise nell’urna. “Votiamo noi per tutti. Per quelli a favore e per quelli contro”, disse ghignando. Di diverso avviso fu l’arciprete che disse, a voce alta in modo che tutti lo sentissero: “Che ridicola pagliacciata!”, poi girò i tacchi e andò via.

Nicola Maria, dopo aver espresso in quel modo plateale il suo voto, si recò dal capo della Guardia Nazionale.

“Ho bisogno che veniate con me con i vostri uomini.”

“E dove?”, chiese prudente il capo delle guardie.

“Solo qui in zona a Carbone, Castelsaraceno, Calvera, Episcopia, Latronico e Castronuovo hanno ribaltato il governo unitario per tornare a quello del Borbone. Ci sono tumulti, morti e disordini ovunque nel Meridione d’Italia. Ho bisogno di uomini ben armati per ripristinare la legalità.”

“Lo dica al Barone. Senza suoi ordini non vado da nessuna parte. Anche qui non è facile.”

Nicola Maria fu ricevuto dal Barone che lo accolse con la solita cordiale bonomia dicendogli: “Caro cugino ho seguito con ammirazione la vostra gagliarda impresa.”

“Avete voglia di scherzare?”, replicò stizzito e con urgente premura Nicola Maria, e poi aggiunse:

“Perdonatemi se sono diretto ma la situazione è critica e ci sono ovunque disordini e, in attesa dei rinforzi da Napoli, mi occorrono uomini. ‘U Craparidd a Carbone ha fatto strage di galantuomini. Occorre ripristinare la legalità!”

“Non siete privo di senso dell’ironia caro cugino. Siete voi che avete armato ‘U Craparidd.”, disse il Barone, “Noi abbiamo obiettivi meno ambizioni e ci basta mantenere un minimo di ordine. Anche qui abbiamo bisogno di uomini armati e per noi sarà un grosso sacrificio fornirvi una quindicina di armati. Ma occorre che vi ricordiate al momento opportuno di questa cortesia che vi uso, a titolo personale e non della vostra causa, e del fatto che almeno qui, in quello che è anche il vostro paese non sia corso sangue. Poi mi pare che, a giudicare dalle schede nelle urne, il plebiscito sia andato benone e potrete così vantare un buon risultato nel vostro comune. Non vi pare?”, concluse tra il serio e il faceto il Barone congedando Nicola Maria.

Il notaro don Nicola Durante, quando Pietrino tornò a casa, lo guardò torvo ma non ebbe animo di dirgli nulla.

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