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Grotta Verde

La Grotta Verde

La giornata si presenta magnifica, il tempo di un caffè in piazza e si parte.

San Chirico Raparo

Scendo dalla S.P. 7 e mi lascio rapidamente alle spalle il paese. Ogni curva ha un nome. Ai quaranta, quella ‘u cilindro, e via così. Una occhiata alla Masseria Barletta, sulla sinistra dopo qualche chilometro. All’inizio del secolo scorso vi soggiornò, ospite del medico don Gennaro Barletta, Matilde Serao.

Mi piace pensare che proprio lì iniziò il sodalizio con Giuseppe Natale, di San Chirico Raparo e con cui fondò Il Giorno, dopo la difficile separazione da Scarfoglio.

Oggi della Masseria ne rimane la metà, restaurata con qualche provvidenza pubblica, l’altra metà portata via da una frana.

Si presenta ancora imponente con un ingresso monumentale e un contorno di pini marittimi. Alla loro ombra doveva essere stato facile fermarsi a discorrere e scivolare dall’amicizia all’amore, dall’affinità intellettuale all’attrazione fisica.

Il giro che ho in mente  all’andata è quasi tutto in montagna. Prima di imboccare il ponte della Fiumara (ossia del torrente Raganello) faccio il pieno. Giro a sinistra e dopo cento metri trovo il benzinaio più gentile del globo terracqueo. Raccomanda prudenza. Ogni tanto mi chiedo cosa pensino della mia passione per le moto le persone che conosco. Ma forse si sono abituate, a dispetto degli anni mi sento ancora un adolescente quando salgo in sella.

Noceto

Passato il ponte c’è Noceto e, seminascosta dagli alberi e dall’edificio della vecchia scuola rurale, intravedo la casa dove Francesco De Sarlo scrisse le sue opere.

Tutte le estati ci andavamo in visita. Indimenticabili i tè freddi alla menta che ci offriva zia Rosa e l’odore della pipa che zio Luino, figlio del filosofo, caricava con scrupolo.

Seduti nello spiazzo dinanzi alla casa circondata dal querceto, io bimbo intimidito, sorseggiavo con serietà la bibita fresca ascoltando compito e affascinato i discorsi degli adulti. Lì i capricci erano proibiti.

Oggi pare incredibile che ci sia stata un’epoca in cui i nostri morenti borghi montani di Basilicata avevano delle scuole rurali. Oltre Noceto ricordo che ce n’era una anche a Madea e a Marizzo, altre frazioni. Eppure è così. Oggi il paese conta meno di 1000 abitanti ma ai primi dell’ottocento ne aveva più di 3000, che sono rimasti tali fino a tutti gli anni sessanta.

Il Titolo

Arrivano le curve che salgono al bosco del Titolo, che sono tante, e il rombo della moto sale a volte docile e a volte prepotente.

In un attimo arrivo a quella che Matilde Serao battezzò la Grotta Verde, ma più che a lei penso a quando al piccolo borgo della Sella del Titolo ci arrivavo in motorino con i miei amici.

Lasciavamo dietro, nelle ferie d’agosto, una scia azzurrina, che profumava di olio e benzina bruciata e prometteva scorribande, allegria, imprese eroiche e ragazze. Ora c’è un moderno chalet, ma all’epoca c’era un emporio dove ci facevamo preparare due fette di pane con la mortadella e il provolone. Tutto tagliato a mano al coltello e poi una birretta. La migliore merenda della galassia e di tutti i tempi.

San Chirico ValsinniTempus fugit

Tutto consumato con calma, senza tener conto del tempo che ci mettevamo per tornare alle nostre case in ansia ad ogni ritardo.
È difficile spiegare a chi oggi ha 14 anni il senso della motorizzazione per la mia generazione. Il motorino era sinonimo di libertà e aria tra i capelli e poi c’era lo struscio motorizzato in piazza. L’invito a fare un giro a un’amica che ci piaceva, quando veniva accettato, faceva passare la spavalderia, per trasformarla nella imbranata timidezza dei primi baci pieni di rossore e ritrosie.

Poi la sfida all’intelligenza e alle mani per smontare carburatori, pulirli soffiandoci un po’ e rimontarli nella giusta sequenza, ricominciando con pazienza quando avanzava qualche vite.

Ogni campanile una Storia maiuscola

L’Italia è un Paese incredibile. Parliamo di borghi all’apparenza dimessi ma con storie maiuscole.

Così San Chirico Raparo. Nell’ elogio funebre di Federico D’Errico, morto nel 1887, leggiamo che, come la maggior parte degli zii, studiò a San Chirico Raparo chiamata in quei tempi la piccola Atene. La famiglia D’Errico, quella della celebre pinacoteca di Palazzo San Gervaso, era originaria proprio di San Chirico e dalla tesi di laurea di Rosa Drago sulla famiglia apprendiamo che già a fine ‘600 le Cappellanie laicali furono per molto tempo le uniche scuole della regione, nelle quali gli abati dovevano istruire prima di tutto i discendenti delle ricche famiglie che facevano queste donazioni, e poi anche altri eventuali iscritti.

Non so voi, ma quando leggo queste cose la fantasia vola.

Le morte stagioni, e la presente e viva

Cerco di immaginare le vite di alunni e docenti. I primi lontani dalle famiglie e i secondi impegnati più ad attizzare i bracieri nelle gelide case di un tempo che a istruir figlioli. Una calda malinconia mi avvolge pensando al lento incedere del tempo che tutto trasforma e corrompe.

In paese molte sono le chiese oltre alla Chiesa Madre, di imponenti dimensioni in relazione al luogo. Poi c’è il Convento Bentivenga adibito ad orfanatrofio provinciale femminile, dove fu ricamato il corredo di Margherita di Savoia. Oggi è sede di misurati e discreti pellegrinaggi per una statua della Vergine che lacrima.

Sarà per questi nobili retaggi che a San Chirico si sono succeduti innumerevoli personaggi illustri. Dirli tutti è quasi impossibile, ho già citato Francesco De Sarlo, cugino di mio nonno Pietro che fu preside e podestà di Matera, accademico dei Lincei filosofo e uno dei 20 intellettuali firmatari dell’appello di Croce contro il fascismo. Poi Emilio Magaldi, autore di una pregevole storia della Lucania in età romana, e in tempi recenti Nicola Marvulli, primo presidente di Corte di Cassazione.

Il Bosco

Nel piazzale della Sella del Titolo si svolta a destra e si prende l’omonima provinciale seguendo le indicazioni per Calvera. Dimostra 1000 metri, ma il caposaldo di livellazione dell’Istituto Geografico Militare  segna 784,65 metri s.l.m., qualche metro in più di San Chirico.

Guidare nel bosco del Titolo per me è un rito, una curva dietro l’altra nell’ombra fitta, con sottili lame di luce che si fanno spazio tra le fronde degli alberi. La strada è stata interamente asfaltata di recente. Ci passano poche auto ma ad ogni curva ci può essere l’insidia di un piccolo smottamento di terra o di fogliame umido caduto dalle piante che rende l’asfalto scivoloso. Rischi ridotti se non è piovuto da almeno un paio di giorni. Per correre c’è la pista, qui godete della passeggiata.

Il paesaggio si apre all’improvviso sulla valle del Serrapotamo. A giugno si passa dal verde intenso al giallo abbagliante delle ginestre e si è storditi dal loro profumo.

Calvera

Calvera si trova su un costone di montagna, alla metà di una decina di tornanti che dal bosco scendono al torrente Serrapotamo. La mia Ducati li beve con facilità in una danza ritmica, sembra divertirsi anche lei. Calvera contende a San Chirico Raparo la memoria delle estati di Matilde Serao. Ai sanchirichesi rimane un vago ricordo della importante giornalista e scrittrice, a Calvera la celebrano.

Un caffè ci vuole. Entro in un bar dove la barista cerca di convincere un ragazzo a portare la mascherina. Vorrei intervenire ma la moto aspetta impaziente. Prendo la provinciale 42 che costeggia il Serrapotamo, un torrente dal vasto letto di ghiaia che può trasformarsi in fiume impetuoso che tutto travolge. La strada generalmente è buona ma con sconnessi e buche improvvise. Lascio andare il gas ma tenendo una riserva di emergenza.

Passo dentro Senise, paese di mia nonna paterna Giovanna Barletta, sorella(stra) di don Gennaro. Sono tentato di fermarmi ma vado oltre.

Valsinni

La statale 653 mi porta rapidamente a Valsinni. Fino al 1873 si chiamava Favale, ossia terra ricca di sorgenti.

Ma perché cambiò nome? Non si sa.

Per qualche motivo le vicende del risorgimento, che riguardarono i continui cambi di fronte nei comuni lucani tra fedeli al Borbone e alla causa unitaria, sono oscurate o lasciate a persone di buona volontà che cercano di recuperare il possibile della storia locale. Quando avviene i briganti sono quasi sempre banditi feroci che per interesse personale o per intrinseca capacità a delinquere ammazzavano i rappresentanti del potere costituito. Dubito sempre di narrazioni monocorde che seguono il coro. Le pieghe della Storia sono infinite ed è lì che occorre avere il coraggio di andare a cercare.

A mio modo di vedere Favale cambiò nome perché occorreva che il luogo si rifacesse una verginità unitaria, dopo un decennio di briganti che spesso avevano preso possesso del comune.

Come Salvia di Lucania, che tramutò nel 1878 il nome in Savoia di Lucania come gesto riparatore per aver dato i natali a Giovanni Passannante, l’anarchico che attentò alla vita di Umberto I.

Isabella Morra

Cabone, Teana, Fardella, Castesaraceno, San Chirico Raparo e tanti altri hanno un vuoto nella narrazione di un decennio sui siti ufficiali. Quando si racconta qualcosa lo schema è sempre quello. Briganti birboni e liberali immacolati. Qualcosa non torna.

Ma Valsinni è la patria di Isabella Morra: “Femminista ante litteram, è indicata come la voce più originale e autentica della lirica cinquecentesca, secondo il critico Benedetto Croce che ne riscoprì la storia. Dacia Maraini, che le ha dedicato un’opera teatrale, la considera l’emblema della donna che, attraverso la cultura, cerca di affermare il proprio diritto alla libertà.”

Poetessa paragonata a Leopardi, chiusa nel castello ove “di dolor mi struggo e sfaccio” e da cui accresceva con le sue lacrime il Sinni. Più che in un castello la bella e giovane donna visse in una casa fortificata posta alla sommità di un rilievo scosceso, nutrendosi di solitudine e di una corrispondenza galeotta che le causò la morte per mano dei fratelli. Questioni d’onore, politica e denari, troppo per sopravvivere ai suoi 26 anni.

Il legame con Matide Serao è stretto. Tra le due donne passano più di tre secoli ma entrambe vivevano la propria epoca con la mente, i sentimenti e la ragione nel futuro.

Rientro

Il rientro lo faccio su strade veloci, giro intorno alla montagna, guido rilassato pensando al filo che ho steso tra due epoche e due donne straordinarie. Alla fondovalle dell’Agri il giubbotto in pelle, che mi pareva leggero nel bosco fitto, al bivio di Aliano mi fa sudare. Proseguo, più che a Carlo Levi penso a un’altra donna: Giulia la Santarcangiolese, che ne allietò il confino.

Una mattinata con due ore e venti di puro godimento motociclistico per 130 chilometri tra strade perse tra boschi, torrenti e calanchi. Poche auto e rare moto con cui ci si saluta con rapidi cenni di intesa, come chi condivide i segreti felici e nascosti di una ristretta confraternita.

Ma il godimento maggiore è nello spirito per avervi ricordato queste figure di donne che, a dispetto delle epoche in cui hanno vissuto, mi paiono contemporanee.

Finis terrae

Una delle prossime volte vi porterò ad Episcopia. Non so cosa troverò ma per me ha un sapore esotico e non ci sono mai stato.

Ricordo però che da piccolo c’erano le anziane genti, che conoscevano solo il faticoso percorso dalla campagna al paese. Quando spiegavi dove si trovasse un posto lontano chiedevano sempre stupiti: “Ma è più lontano di Episcopia?”

Il Castello

Il Castello

Giuseppe Natale

Giuseppe Natale da percorsi Basilicata .it

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