Home » Bufale blasonate » L’Italia Unita figlia e vittima della propaganda

Garibaldi

Questo non è un post pro o contro l’Unità d’Italia o finalizzato ad una revisione storica del Risorgimento. Per evitare inutili querelle chiarisco che per me l’Unità d’Italia andava fatta, ma il come è stata fatta ci ha causato enormi problemi che ancora adesso dispiegano i propri effetti. Analogamente penso che l’Unione Europea vada perseguita. Come la si sta realizzando ci porterà però enormi problemi.

I creatori di favole governano il mondo

C’è un tratto comune tra il processo che portò all’Unità d’Italia e quello di unione tra i vari stati europei ed è nell’atteggiamento del ceto intellettuale dell’epoca e di oggi.

Platone affermava che i creatori di favole governano il mondo e quindi pessime favole producono pessimi governanti.

Partiamo dalla retorica unitaria che accompagnò il risorgimento. Campione assoluto fu Alessandro Manzoni. Ricordate la poesia Marzo 1821 quando gli italiani erano Tutti assorti nel novo destino oltre che Certi in cor dell’antica virtù e quindi Han giurato: Non fia che quest’onda Scorra più tra due rive straniere?

Marzo 1821

L’ode sottolineava la fratellanza di un unico popolo diviso dall’oppressione straniera. Popolo che tutto intero Dal Cenisio alla balza di Scilla faceva vacillare infidamente il terreno Sotto il peso de’ barbari piè.

Questa retorica attraversava i ceti intellettuali di tutta la penisola, coinvolgendo personalità come Francesco De Santis che non faceva mistero di simpatie unitarie persino mentre formava gli ufficiali napoletani alla Nunziatella.

Epperò la retorica dello straniero non poteva funzionare dove a regnare c’era una dinastia naturalizzata da 130 anni e dove l’identità nazionale era più forte.

La Sicilia anelava all’indipendenza

Come in Sicilia, che anelava all’indipendenza, e nel resto del Regno dei Borbone. Insomma i sovranisti dell’epoca erano maggioranza.

Allora occorreva delegittimare i Borbone. Ferdinando II aveva soppresso i moti rivoluzionari del 1848 con estrema facilità, con la mano sinistra. Francesco II a tratti mostrava simpatie per la causa unitaria. Questo ultimo aspetto non è mai stato, a mio modo di vedere, ben chiarito dagli storici e relegato a fatto marginale.

Quindi ecco la necessità della propaganda fomentata dagli esuli e dagli inglesi. Anche perché qualche interesse inglese nel Regno delle Due Sicilie c’era.

Lord Gladstone

A difendere gli interessi della Corona, inglese, ci pensò Lord Gladstone che in due lettere inviate nel 1851 a Lord Aberdeen definì come la negazione di Dio il governo dei Borbone. Sostenne che nel suo soggiorno a Napoli, per motivi di salute della figlia, aveva visitato alcune carceri napoletane, facendone un quadro a tinte più che fosche: “Non descrivo severità accidentali, ma la violazione incessante, sistematica, premeditata delle leggi umane e divine; la persecuzione della virtù, quand’è congiunta a intelligenza, la profanazione della religione, la violazione di ogni morale, sospinte da paure e vendette, la prostituzione della magistratura per condannare uomini i più virtuosi ed elevati e intelligenti e distinti e culti; un vile selvaggio sistema di torture fisiche e morali. Effetto di tutto questo è il rovesciamento di ogni idea sociale, è la negazione di Dio eretta a sistema di governo”.

L’eco della favola fu enorme in tutta Europa contribuendo al sentimento antiborbonico e unitario.

Ferdinando II in sdegnoso silenzio

Re Ferdinando II, già in polemica con gli inglesi per difficili accordi commerciali, non replicò. Offeso e sdegnato licenzio il suo primo ministro Giustino Fortunato per non averlo preventivamente informato, rafforzando così le menzogne. Mai avrebbe immaginato che il suo Regno che pensava protetto dall’acqua, il mare che per tre quarti lo circondava, e dall’Acqua Santa, lo Stato Pontificio che nessuno avrebbe osato attaccare nei confini settentrionali, potesse vacillare per questo. La monarchia divenne sempre più isolata in Europa.

L’archetipo di Zapata

Nel 1863, a frittata fatta, nel Parlamento Inglese, incalzato da Lord Henry Lennos, Gladstone confessò di essersi inventato tutto e di non aver mai visitato una prigione napoletana. Qualche anno dopo confessò di averlo fatto su mandato di Lord Palmerston.

Questi gli antefatti alla Spedizione dei Mille guidata da Garibaldi, che aveva già una aureola di eroe popolare, archetipo di Zapata, e che convinse i ceti meno abbienti che vivevano di allevamento e agricoltura che si sarebbe posto fine ai diritti feudali e messo mano alla distribuzione gratuita delle terre cosiddette usurpate. Con Crispi  invece convinse i siciliani che avrebbero avuto l’indipendenza.

Fu una passeggiata. Fino al 7 settembre 1860.

Come il Principe Filippo Corsini convinse Leopoldo II l’anno precedente a lasciare Firenze così Liborio Romano convinse Francesco II a lasciare Napoli.

Ma il ministro di Re Francesco conosceva i napoletani e non era così certo che, come a Firenze, salutato il vecchio monarca avrebbero abbracciato il nuovo senza colpo ferire.

Per questo destituì il capo della polizia affidandone il comando a Salvatore, detto Tore, De Crescenzo, capo indiscusso della camorra. In una notte le guardie diventarono ladri e i ladri guardie.

Napoli nel caos

Garibaldi fece la sua entrata trionfale e Napoli precipitò nel caos. Mentre De Crescenzo spadroneggiava, si vendicava e saccheggiava i soldati garibaldini, che Cavour non voleva nel nuovo esercito, e i soldati napoletani, pieni di astio per il tradimento dei propri comandanti e che invece Cavour voleva per fare massa e carne da cannone contro gli austriaci visto che nei veneti troppa fiducia non nutriva, bivaccavano per Napoli protestando i primi e tramando i secondi.

Qualcosa iniziava a scricchiolare. Il porto chiuso, la carestia, Napoli nel caos e le nuove tasse dei Savoia. Di distribuzione di terre e di indipendenza siciliana neanche l’ombra. Nell’entroterra lucano e in Capitanata la povertà si trasformò rapidamente in miseria nera.

Il plebiscito

Per dare legittimità alla Unità d’Italia si indisse il plebiscito, sulla base di quello fatto in altre parti d’Italia.

Il voto fu palese. A Napoli votarono i soldati piemontesi già arrivati in città. La camorra prelevò la gente dalle case e la portò a votare. Chi non votò o si oppose fu bastonato, se non ammazzato.

In Lucania, Capitanata, Molise e nella parte rurale del Regno in molti comuni il Plebiscito divenne occasione di sommosse e restaurazione delle vecchie amministrazioni borboniche.

La prima donna a votare

Marianna De Crescenzo, detta Sangiovannara nonché cugina di Tore, pretese di votare.  Il diritto di voto era per censo e riservato agli uomini. Ma a lei venne concesso e pochi giorni dopo, il 26 ottobre, ebbe in aggiunta per meriti patriottici una pensione di  ducati 12 mensili.

Le modalità delle elezioni non avrebbero superato il vaglio neanche di un osservatore ONU sordo, cieco e corrotto. Fu invece una finzione a cui tutti diedero credito, molti in buonafede.

Qualche giorno dopo Garibaldi, salutandolo come Re d’Italia,  consegnò a Vittorio Emanuele i risultati del Plebiscito: a favore più del 99% dei voti.

Bocche da sfamare su braccia che non avevano mietuto

La situazione economica si aggravò. Il Banco di Napoli fu depredato, nel porto non entrava più neanche una spilla, le fabbriche chiusero e la carestia dispiegò i suoi effetti.

I soldati sbandati vagavano per l’Italia, chi prigioniero al Nord e chi, rientrato a casa, non fu propriamente ben accolto. Bocche in più da sfamare su braccia che non avevano mietuto e lavorato. I soldati garibaldini occupavano Napoli con proteste continue per l’ammissione nel nuovo esercito che tardava e la miseria diventò insostenibile. In una terra già scontenta e incline alla ribellione con scoppi violenti ci fu la rivolta popolare e nacque il brigantaggio.

Nessuno riconobbe il problema politico, da risolvere,appunto, sul piano politico , quindi distribuzione delle terre, di pane e di misure urgenti contro la povertà, ma tutti pensarono che si trattasse di istigazione Sanfedista, come quella del cardinale Ruffo sessanta anni prima per far cadere la Repubblica Napoletana e far tornare i Borbone.

Liborio Romano

Liborio Romano ci provò a presentare un piano per lo sviluppo sociale e infrastrutturale per il Sud e contrastare la miseria. Lo stesso piano che i Borbone non avevano accolto e che ebbe identica sorte con i piemontesi. Sdegnato si ritirò nella sua Puglia.

La classe dirigente dell’epoca, vittima della propria propaganda, non capì. Ma non c’era stato il Plebiscito con un risultato enfatizzato e propagandato in tutto il mondo? Al Sud la nostalgia del Re Borbone prese piede, ma come reazione allo stato di cose.

Massimo D’Azeglio cade dal pero

Massimo D’Azeglio iniziò a nutrire dubbi e il 2 Agosto 1861 scrisse al Senatore Matteucci:

“A Napoli noi abbiamo altresì cacciato il sovrano per istabilire un Governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra che ciò non basti, per contenere il regno, sessanta battaglioni; ed è notorio che, briganti e non briganti, niuno vuole saperne. Ma si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla di suffragio; ma so che al di qua dei Tronto non sono necessari battaglioni, e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore; e bisogna cangiare atti o principii. Bisogna sapere dai Napoletani, un’altra volta per tutte, se ci vogliono si o no.”

Fu uno dei pochi e comunque alla fine la colpa fu attribuita dell’umore cangiante dei napoletani che un giorno votavano per l’annessione e il giorno dopo davano battaglia. Ecco come ci si fa pessima fama di gente poco affidabile!

Chi conosceva la favola?

Quello che non nutrì nessun dubbio sulla vera natura dell’annessione del Regno delle Due Sicilie fu Vittorio Emanuele, che rifiutò di cambiare il nome da Secondo a Primo e di definire la Legislatura, che di lì a poco formò il parlamento, Prima Legislatura del nuovo Regno e che rimase invece l’Ottava dal Regno di Sardegna, anche se l’oggetto sociale era mutato. La favola gli era nota nei dettagli.

Lo scopo confessato della propaganda è persuadere e non illuminare… la propaganda è sempre un tentativo di asservimento“, così disse con acume Simone Veil.

Specialmente per Cavour e i Savoia, e la loro politica espansiva, era necessario sgombrare il campo da ogni ipotesi unitaria che non prevedesse l’egemonia piemontese.

La propaganda unitaria impedì però a quelli stessi che l’avevano costruita di capire gli enormi problemi di integrazione e a questi venne data una risposta militare. Da qui tutto quello che ne consegue ancora oggi per il Sud e le origini  del nostro Paese che favorirono la nascita del fascismo.

I briganti non sono italiani

Fatta l’Unità D’Italia alcuni parlamentare del Nord, specialmente lombardi, si occuparono delle questioni che l’economia del Sud poneva e su come la risposta militare fosse indecentemente inadeguata. Tra tutti meriterebbero monumenti e strade in tutto il Sud Giuseppe Ferrari, per l’attenzione alle questioni sociali del Sud, e Antonio Allievi, per quelle infrastrutturali. Ma quando questi e altri parlavano e chiedevano delle necessità dei collegi meridionali e delle vere cause del brigantaggio la truppa dei deputati meridionali insorgeva negando ogni evidenza urlando “Non ci sono collegi meridionali, siamo tutti italiani!”. E i briganti? “Canaglia che andava passata per le armi”. “I briganti non sono italiani!” … a dirlo deputati del Sud!

Sul sito storico della camera ci sono i resoconti parlamentari. Lettura che lascia di stucco.

Cosa c’entra l’Europa?

Tranne Poerio e pochi altri nessuno tra gli intellettuali del Sud pensò che si potesse riformare il Regno delle Due Sicilie o addirittura trasformarlo in repubblica, esperienza già vissuta e fallita.

Si diffuse ad arte tutto il negativo possibile sui Borbone, tanto da far ritenere che l’Unità D’Italia di per sé sarebbe stata la soluzione di tutto: infrastrutture, usi civici, modernizzazione, fine dei diritti feudali e delle terre usurpate, pubblica istruzione.

Oggi è lo stesso. Il ceto intellettuale, appiattito sulle teorie economiche liberiste, non fa che parlare male della nostra capacità di governo, di noi stessi e della capacità di risolvere le nostre questioni in modo autonomo.  Persino sulla gestione del Covid, additata come esempio virtuoso in tutto il mondo, troviamo da ridire e polemizzare.

Un atteggiamento di un provincialismo ributtante.

Si invoca l’Europa per fare quello che non sappiamo o che, legittimamente, non vogliamo fare, come se a Rutte, Merkel o Kurz interessassero davvero le sorti dell’Italia più che a noi stessi. Gridano “Siamo tutti europei” e “Gli italiani sono ladri, mafiosi e statalisti”. L’esperienza di Liborio Romano nulla insegna.

Con questo non voglio entrare in una dimensione antistorica né sull’Unità d’Italia né su quella d’Europa ma ricordare la Storia per far capire, come ho già cercato di spiegare, che i mal di pancia sono i nostri e che noi dobbiamo curarli, Europa o non Europa.

Anche perché la geopolitica tende a non far allineare gli interessi del Sud Europa con quelli del Nord Europa come 160 anni fa non faceva convergere gli interessi dei piemontesi con quelli del Mezzogiorno.

They are coming to teach us good manners

Insomma non ne posso più dell’infantilismo del ceto intellettuale dominante che, non riuscendo, per fortuna, a convincere gli italiani sulla bontà delle loro teorie liberiste, pensa che i tedeschi o la troika debbano venire a fare le riforme che, a parte loro, nessuno in Italia pensa siano utili o necessarie.

La loro è una idea bislacca della democrazia: se non gli si da ragione ben venga l’Europa a imporre le loro idee.

Più o meno come i loro antenati liberali del Sud Italia, come Liborio Romano e pronti come lui ad ogni nefandezza. Non riuscivano a determinare la svolta liberale della monarchia Borbone e chiamarono i piemontesi. Per quale motivo ai piemontesi doveva interessare il progresso economico della Basilicata o della Puglia o della Campania? Davvero si pensava che il Piemonte avrebbe dato ai siciliani l’indipendenza negata dai Borbone? Mah, non è dato saperlo!

But won’t succeed, because we are gods

La repressione del 1848 ad opera dei Borbone portò circa 500 vittime, quella del brigantaggio da un minimo di 20.000 morti a 80.000 che sulla popolazione interessata significa tra il 3,3 e il 13,3%. Le vittime del nazifascismo e della guerra in Italia dall’ 8 settembre alla fine furono circa 300.000 pari a meno dello 0,1% della popolazione italiana.

Le divergenze tra le economie del Mezzogiorno e del Nord dall’Unità d’Italia ad oggi sono progressivamente aumentate. Non c’è nessuno che può, con dati di fatto, sostenere il contrario. Lo stesso sta avvenendo in Europa: la divergenza tra le economie del Nord e dei paesi delle periferie del Mediterraneo assume andamenti preoccupanti. Non c’è nessuno che può, con dati di fatto, sostenere il contrario.

Ma, al contrario di quello che pensava il principe Fabrizio noi non siamo dei. A Chevalley e ai burocrati di oggi e di allora di noi nulla cale e ci faranno neri.

Tutti dietro la lavagna

Chi metto dietro la lavagna? Non è possibile metterci tutti. Ci metterei la disistima, quasi sempre infondata, che abbiamo di noi stessi. Ci metto però Garibaldi, che promise tutto a tutti. Terre ai contadini, indipendenza ai siciliani e una carriera nel nuovo esercito ai garibaldini. Invece consegnò tutto ai Savoia e andò a Caprera.

Ci metto Manzoni, mai ode fu più proditoria di Marzo 1821.

Ma solo in rappresentanza di tanti: dietro la lavagna quindi

Bibliografia essenziale

La Basilicata borbonica – Tommaso Pedio – 2005 Osanna Edizioni
Il Brigantaggio nelle discussioni parlamentari – Tommaso Pedio – Capone Editore 1997
Controstoria dell’Unità d’Italia – Gigi Di Fiore – 2017 Best BUR Rizzoli
Storia del brigantaggio dopo l’Unità – Franco Molfese – 1979 Feltrinelli
Storia della Basilicata – G. De Rosa e A. Cestaro – 2000 Editori Laterza
Altro che Italia – Nelson Moe – 1992 Saggio Rivista i Meridiani
Isernia al cadere dei Borboni – G. Venditti – 2011 BMR I quaderni digitali
Carteggi politici inediti di F. Crispi – 2010 digitalizzazione con fondi della Boston Library
Portale storico della camera dei Deputati
Portale della Fondazione Antonio Gramsci
Regio Decreto del 20 dicembre 1860
L’ unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile – Salvatore Lupo – 2011 Donzelli
I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle – Alessandro Barbero – 2014 Editori Laterza
Il divario nord sud in Italia 1861 – 2011 – Vittorio Danieli Paolo Malanimi – Rubbettino 2011
Marxismo.net
La guerra per il Mezzogiorno – Carmine Pinto – 2018 Laterza
I moribondi del Palazzo Carignano – Ferdinando Petruccelli della Gattina – Tredition
Le due Italie – Massimo Vigliotti 2011 Edizioni Ares
La Rivoluzione Italiana – P. K. O’Clery – Prima ed. 1867 – 2000 Edizioni Ares
Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 – Giacinto De Sivo- Trieste 1868 ed. Grimaldi Editore 2016

Manzoni

Garibaldi, Manzoni dietro la lavagna

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