Home » Economia - Politica - Ambiente » Draghi come il Principe Neri Corsini e Liborio Romano

Mario Draghi e Liborio Romano

Non si sa come ma l’intero Paese è ostaggio dei destini di un solo uomo: Mario Draghi. Pare l’unico in grado di tranquillizzare i mercati e le cancellerie europee a dispetto della opaca prova che ha dato e che sta dando come presidente del consiglio.

In aggiunta tutti i riti a salvaguardia della funzione di arbitro del Presidente della Repubblica stanno saltando. Si legano le sorti del governo e di una maggioranza, già di per sé traballante, a quella della elezione del presidente e, a quanto si legge su alcune testate giornalistiche, Draghi minaccia di andarsene se non venisse eletto un presidente a lui gradito e nel mentre briga, come un Berlusconi qualunque, per trovare i numeri e farsi eleggere. Ma almeno Berlusconi si rivolge alla base, ai peones, ai senza patria regalando al popolo, sempre bue, quei tre minuti tre di ribalta. Draghi invece chiama a rapporto i capibastone e si comporta come un impiegatuccio presuntuoso che minaccia le dimissioni se non viene promosso.

Nella realtà quello che impedisce la fumata bianca è il draghiteismo di Enrico Letta che sta riducendo il PD e l’intera sinistra ad un insulso tappetino steso davanti agli epigoni del liberismo e dei mercati, assumendo il ruolo del ‘signor no’ nella speranza, prima o poi, di prendere tutti per sfinimento e far convergere i voti su Draghi facendo così strame della Costituzione.

Per giustificare questo accanimento c’è la presunta alta considerazione che ne ha il mondo della politica e della finanza dei paesi oltralpe e oltreoceano che unita alle attuali tempeste pandemiche e finanziarie rende insostituibile la figura del premier.

La Germania, in piena pandemia, ha appena sostituito Angela Merkel con Olaf Scholz. Non mi risulta che qualcuno in Germania si sia chiesto se fosse conosciuto o apprezzato all’estero, in Italia per esempio. Emmanuel Macron è stato costretto a rimuovere la bandiera europea dall’Arco di Trionfo messa in occasione dell’inizio del semestre di presidenza francese della UE. Oltralpe è chiaro che l’Europa altro non è che una continua negoziazione tra interessi divergenti e spesso contrapposti dei vari paesi europei e quindi nessuno si sogna di nominare un capo voluto da altri paesi.

Draghi ha nel suo paniere molti favori fatti al mondo del liberismo, delle burocrazie europee e di quello che una volta si chiamava Capitale, in Italia e all’Estero, e che potremmo definire per semplicità ‘sistema’. Ricordiamo la svendita del patrimonio pubblico, le autostrade per esempio, Antonveneta, la gestione crisi dei sub prime che ha fatto pagare a tutti i cittadini europei il salvataggio delle banche tedesche e francesi, l’umiliazione della Grecia. Da presidente del consiglio ha appena dirottato 1,5 miliardi dalla Agenzia Spaziale Italiana a quella europea, con il pretesto che la nostra agenzia non era in grado di gestirla (ma non dipende dal governo la sua gestione?). Sui tavoli europei c’è la proposta italiana di Draghi e dell’ultraliberista Giavazzi di trasferire il debito pubblico italiano dalla BCE al famigerato MES. Le ricette imposte da Draghi all’Italia nel 2011 però si sono tradotte in un danno per l’intera comunità. Secondo Eurostat, il rapporto Debito PIL (2011 – 2017) è cresciuto di quasi 15 punti, come per il Covid, insieme a un aumento delle persone a rischio di povertà dal 25% (2010) al 30% (2017). Insomma grazie anche a lui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Se si pensa che sia riuscito a fare tutto ciò senza un confronto pubblico e senza un passaggio elettorale tanto di cappello!

Se è chiaro perché i liberisti di tutto il mondo e i mercati apprezzano Draghi non è altrettanto chiaro perché la nostra classe politica e dirigente lo voglia. I vantaggi enormi per il sistema italiano (Confindustria, banche, stampa) sono sufficienti a spiegare la loro esterofilia? Può essere valida la giustificazione dell’elevato debito pubblico del Paese che ‘solo’ Draghi può garantire?

A mio modo di vedere c’è dell’altro che affonda nel DNA stesso del Paese.

Il Risorgimento fu frutto più della volontà di alcune cancellerie europee, Inghilterra e Francia, che della successione di atti eroici narrata sui libri di scuola.

Draghi mi ricorda il principe Neri Corsini e Liborio Romano. Il primo fu voluto nel 1859 primo ministro dal Granduca Leopoldo II con l’intento di ammorbidire le spinte unitarie e guadagnare simpatie estere garantendo così la sopravvivenza del Granducato, magari in una Italia federale. Il Corsini, attivissimo presso la Corona, invece accompagnò il Granduca all’esilio. Morirà poco dopo di vaiolo a Londra. Ancora peggio andò al giovane Francesco II. Sempre con la stessa logica affidò il governo a Liborio Romano. Questi non solo lo convinse a lasciare Napoli ma, non fidandosi dell’accoglienza dei napoletani nei confronti di Garibaldi, il 6 settembre del 1860 nominò il capo della camorra, Salvatore De Crescenzo, capo della polizia.

Liborio Romano, con altri come Albini, Racioppi o D’Errico in Lucania, pensava che i piemontesi avrebbero compiuto quella modernizzazione che loro stessi non riuscivano a fare con i Borbone. In un amen divennero inessenziali nel nuovo Regno Unitario e scomparvero dalle posizioni di potere e dai gangli decisionali. I contadini che avevano sperato in una redistribuzione delle terre usurpate, promessa da Garibaldi, invece furono chiamati briganti da ‘scrittori salariati’ e furono o trucidati o costretti all’espatrio e la distribuzione delle terre avvenne novanta anni dopo solo nel 1950. Mentre nel resto d’Italia l’industrializzazione galoppava il neo parlamento ci mise trenta anni solo per decidere il tracciato della linea ferroviaria da Napoli a Reggio Calabria.

L’ analisi storica del Risorgimento viene spesso inserita nelle polemiche Nord Sud, andrebbe invece studiata per quello che è stato. Solo così la Storia diventa ‘magistra vitae’ consentendo al Paese di diventare realmente unito e consapevole dei propri mezzi e di smetterla di voler essere protettorato di qualcuno.

Dal mio canto questo breve excursus ha l’unica finalità di mostrare quanto l’idea che i piemontesi potessero risolvere i problemi dei napoletani fosse sbagliata e, come la storia dimostra, dannosa per le sorti dell’intero Mezzogiorno e dell’Italia stessa. Così come ora mi pare folle l’idea che organismi burocratici internazionali (BCE o MES che sia) e le cancellerie europea debbano avere a cuore gli interessi del Bel Paese più degli italiani stessi. Perché dovrebbero farlo?

Occorrerebbe però avere un ceto intellettuale aperto e di spessore. Invece Corrado Augias ritiene la questioni risorgimentali divisive e quindi ne propone l’oblioAlessandro Barbero si perde in libri di propaganda . Luca Ricolfi con analisi bislacche afferma che il tenore di vita al Sud è superiore a quello del Nord. Infine Emanuele Felice scrive un lungo saggio dove sostiene che le ragioni dell’aumento del divario Nord Sud siano di natura antropologica e quindi irrisolvibili.

Peccato. Forse dovremmo invece chiederci come sia nata la questione Meridionale per l’Italia, per evitare che nasca e prosperi una questione Italiana per l’Europa.

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